Sono un uomo attualmente di 64 anni, e ho deciso di raccontarvi tutto quello che mi e’ accaduto al fine di condividere con voi impressioni sensazioni ma soprattutto masticare spero con me tutto il senso di ingiustizia che ho subito.Ma prima di addentrarmi nei meandri dell ingiustizia, faro’ qualche premessa di tipo giuridico.
- ogni caso giudiziario e’ un caso a se stante, e lo sappiamo bene;
- esiste sempre una verita’ giuridica ed una verita’ reale, non coincidono mai;
- la costituzione italiana “garantisce” pregiudizio di innocenza innanzi tutto;
- anche se si e’ condannati in giudicato, dovrebbe sempre esistere il ragionevole dubbio, sempre!!!;
- una pena detentiva, allo stato attuale e solo una mera sottrazione di vita biologica;
- il carcere migliore e’ il carcere che non c’e’ come ha ben voluto dire un famoso procuratore milanese;
- uno stato mostra la sua qualita’ civile guardando solo ed esclusivamente le sue carceri;
Sembrano quasi frasi ad effetto e semplici detti popolari, vero?, ma non e’ cosi’ purtroppo ed era anche quello che pensavo io ina volta prima di non avere subito la condanna che mi ha stravolto letteralmente l ‘esistenza.
Riflettiamo insieme su un punto cruciale: qual è davvero il senso di una pena detentiva? Le spiegazioni possibili sono tante e, prese singolarmente, possono sembrare sensate. Ma perdono di significato se le sganciamo dal contesto di una società sovrana che esercita un potere “democratico garantista” volto a proteggere sicurezza e libertà dei cittadini.
Prendiamo un esempio estremo per domandarcelo con urgenza: Israele compie azioni militari che mietono migliaia di vittime civili, operando in modo spietato come un gruppo di killer. Eppure, per loro esiste una “licenza di uccidere” legittimata dallo Stato, invocando principi che rimandano ai grandi testi – da Montesquieu fino a Niccolò Machiavelli e al suo “De’ delitti e delle pene” – in nome di un astratto concetto di giustizia.
Allora ci chiediamo:
- Quando uno Stato definisce “giusto” togliere la libertà o persino la vita a un individuo, a quali regole si attiene?
- E quando fa lo stesso a propria discrezione in guerra, dove sta la differenza tra diritto e arbitrarietà?
È qui che la logica si inceppa: senza un quadro condiviso di valori e procedure trasparenti, ogni condanna – sia in cella sia sul campo di battaglia – rischia di trasformarsi in vendetta mascherata da “dovere di giustizia”. Solo interrogandoci su questi paradossi potremo iniziare a trovare risposte che non siano mere giustificazioni di potere, ma autentici pilastri di uno Stato che davvero tuteli il “popolo sovrano”.
Quindi il potere giustifica il delitto a passare impunito? e per quale ragione mi chiedo.Certe cose dovrebbero avere valore internazionale come ho sostenuto piu’ volte, non a seconda di chi commette un reato cosi grave come l omicidio.
Negli ultimi anni, in Italia stiamo assistendo a una crescente quantità di sentenze definitive, appelli e riesami che appaiono a dir poco sorprendenti e, talvolta, discutibili. Questo genera dubbi sulla legittimità del sistema stesso.
Il problema di fondo è che norme e regolamenti sono spesso interpretati o modellati in funzione dell’orientamento politico o ideologico del momento, anziché basarsi su principi universali di buon senso, umanità e proporzionalità.
In alcuni sistemi giudiziari – soprattutto nord-europei – questi valori sono stati integrati in modo più concreto. In molte Costituzioni democratiche, e anche nella nostra, il principio che dovrebbe prevalere è quello del ragionevole dubbio, sempre e comunque a favore dell’imputato.
Un altro nodo cruciale riguarda le strutture detentive: il loro impianto urbanistico e la loro funzione rieducativa.
Fatte rare eccezioni – come il carcere di Bollate, noto per i bassi tassi di recidiva – la maggior parte degli istituti italiani ricorda più ospedali psichiatrici criminali che luoghi di recupero e reinserimento.
Ambienti sovraffollati, privi di attività e percorsi strutturati, finiscono per alimentare violenza, rancore e desiderio di vendetta.
Il tema viene ciclicamente sollevato da leader politici in campagna elettorale, ma puntualmente ricade nel dimenticatoio, perché non è un tema popolare né semplice da affrontare.
Eppure nessuno è perfetto: chiunque può trovarsi – anche in buona fede – invischiato in una situazione giudiziaria complessa.
Lo stesso cittadino che oggi urla “buttate la chiave”, domani potrebbe ritrovarsi vittima di un sistema che non guarda in faccia nessuno.
Anche l’aspetto conviviale e sociale nelle carceri è fondamentale. Nei vecchi istituti fatiscenti, i detenuti vengono ammassati senza una reale distinzione per tipologia di reato: così la convivenza diventa terreno fertile per conflitti e discriminazioni.
Essere “diverso” in carcere significa non appartenere ai canoni del “detenuto di altri tempi”, e ciò può generare doppi o tripli livelli di emarginazione.
A Bollate, questi effetti vengono in parte attenuati, ma non eliminati: l’esclusione può assumere forme più sottili, psicologicamente logoranti quanto quelle violente.
Nella mia esperienza personale, ho visto ragazzi condannati per reati minori diventare veri e propri criminali dopo aver assorbito la cultura e i metodi degli ergastolani più duri.
L’intento dichiarato è quello di “insegnare a non ricadere”, ma spesso il risultato è l’opposto: si trasmette un modello deviante come unico modo per sopravvivere.
Per chi deve scontare pene inferiori ai 5-6 anni, convivere con detenuti di alto profilo può essere devastante: psicologicamente, emotivamente e socialmente.
Per non sentirsi escluso o schiacciato, chi ha una personalità fragile può arrivare a imitare quei modelli, sviluppando disturbi dell’umore, depressione o – nei casi più gravi – soccombere.
In sintesi, se il “modello Bollate” può risultare efficace nel ridurre la recidiva, resta invece problematico per gli aspetti psicologici e per il reinserimento di chi deve scontare pene più brevi: il rischio è che la detenzione diventi un’esperienza deformante invece che rieducativa.
Ci sono assurdi che non possono più essere ignorati.
Uno di questi è il funzionamento reale della giustizia italiana.
La legge dice che una condanna diventa definitiva solo dopo la Cassazione. Bene. Ma nel frattempo cosa succede? Succede che una persona, anche dopo una condanna in appello, può restare libera per anni.
Se è colpevole, perché è libera?
Se è pericolosa, chi protegge la comunità?
E se fosse un criminale seriale, cosa impedisce che continui a delinquere?
Allo stesso tempo, se una persona non è davvero colpevole, come può arrivare fino a una condanna definitiva senza che il sistema se ne accorga?
La verità è semplice e scomoda:
o una persona è colpevole, o non lo è.
Ma un sistema che lascia liberi i colpevoli troppo a lungo e condanna definitivamente chi potrebbe non esserlo, non è giustizia: è una contraddizione.
E le contraddizioni, prima o poi, presentano il conto.
Poi non so se alcuni di voi ricordano la grande forzatura compiuta da un ministro, allora anche vice-premier, che nel 2018 fece approvare un aggiornamento normativo secondo il quale l’esecuzione della pena doveva avvenire entro 30 giorni dalla sentenza della Cassazione.
Una scelta che generò non pochi problemi tecnici e applicativi.
Prima di quella data, infatti, era la stessa Cassazione che, in modo molto più ragionevole, disponeva l’esecuzione della pena valutando diversi parametri, primo fra tutti la gravità del reato e la pericolosità sociale del condannato.
Dal settembre 2018, invece, si assistette a un ingresso in carcere “a tappeto” e in tempi rapidissimi, che colpì soprattutto i soggetti più deboli e meno tutelati, mentre i veri criminali, spesso, avevano già avuto tutto il tempo di rendersi irreperibili o di rifugiarsi all’estero.
L’intento dichiarato di quel provvedimento era quello di scongiurare il rischio di fuga, ma si finì per dimenticare – o ignorare – il senso profondo dei tre gradi di giudizio, che dovrebbero garantire equilibrio, proporzionalità e giustizia, non automatismi ciechi.
